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nuovi dirittiÈ iniziata in questi giorni la discussione in Parlamento della legge sulle unioni civili.

Il nostro Paese, nonostante i richiami ormai continui delle diverse istituzioni europee, non si è ancora dotato di strumenti legislativi che tutelino le coppie formate da persone dello stesso sesso e che dia piena attuazione al dettato costituzionale che impone che sia data pari dignità sociale e piena uguaglianza a tutte le cittadine e i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Questo avviene mentre la ormai quasi totalità dei paesi di democrazia occidentale si è dotata di norme che vanno nella direzione della piena parità attraverso, alternativamente, l’estensione dell’istituto del matrimonio a tutte e tutti (matrimonio egualitario) o la creazione di istituti specifici che conducano al riconoscimento dei medesimi diritti (PACS e simili).

Stesso vuoto legislativo incontriamo relativamente ai figli nati da queste unioni che – al momento – vedono riconosciuto nel nostro Paese il loro legame con il genitore biologico ma non con la seconda figura genitoriale, con gravissime conseguenze sul loro futuro nel caso in cui venga a mancare il genitore biologico.

Un discorso molto simile va fatto per quanto riguarda la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Nel silenzio generalizzato del legislatore, l’unico strumento che consentiva di contrastare il fenomeno (fenomeno assai diffuso anche secondo le indagini più recenti) era rappresentato dall’originaria formulazione dell’art. 18 dello statuto dei Lavoratori che, prevedendo il reintegro della lavoratrice e del lavoratore in tutti i casi di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo oggettivo, di fatto includeva in questa previsione generale anche i casi di licenziamento discriminatorio, fattispecie che, pur prevista come separata, è di assai difficile dimostrazione in un aula di tribunale (al pari, per esempio, del mobbing). Il venir meno della tutela generale e il mantenimento della possibilità di reintegro per il solo licenziamento discriminatorio, rende adesso obbligatoria quella prova tanto complessa e priva nei fatti di tutela le persone omosessuali e transessuali storicamente tra le più esposte al fenomeno discriminatorio.

Peraltro, tra questi ultimi, meritano un cenno a parte le persone transessuali, perché nel loro caso la discriminazione scatta ancor prima dell’instaurazione del rapporto di lavoro per la mancanza di corrispondenza tra documentazione anagrafica e aspetto fisico, che nella quasi generalità dei casi, conduce al ritiro dell’offerta di lavoro. In questi casi solo una legge avanzata – e già in vigore in numerosi paesi – che consenta la variazione dei documenti già nel periodo di transizione, potrebbe aiutare a superare problematiche di questo tipo: l’esperienza infatti ci conferma che l’intervento sindacale precedente all’instaurazione stessa del rapporto di lavoro ha purtroppo scarsissima efficacia. Nel senso, invece, di una disciplina più avanzata nel senso sopra segnalato, parrebbero andare alcune recenti pronunce giurisprudenziali.

In una situazione siffatta – e nella pervicace sordità della nostra classe politica anche di fronte ai richiami della suprema Corte – un ruolo di supplenza di primo piano è stato svolto da talune Amministrazioni Comunali, dal potere giurisdizionale e dal Sindacato.
La CGIL è l’unica, tra le tre Confederazioni, ad essersi dotata fin dagli anni 90 del Novecento, di un ufficio strutturato nazionalmente e in molte Regioni, che si occupa in esclusiva della tematica discriminatoria per orientamento sessuale e identità di genere e – più in generale – di tutti i temi attinenti alla laicità dello Stato: è l’Ufficio Nuovi Diritti al quale possono rivolgersi tutte le lavoratrici e i lavoratori per un aiuto specialistico su queste tematiche.
Il Sindacato del nostro Gruppo da sempre è stato particolarmente attento ai temi delle pari opportunità e della battaglia contro la discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere. Questo impegno è stato declinato in molteplici accordi ed è culminato nel “Protocollo quadro sull’inclusione e le pari opportunità nell’ambito del welfare del Gruppo Intesa Sanpaolo” del 24 luglio 2014.

Abbiamo iniziato a riepilogare questa normativa del nostro Gruppo nella Guida Nuovi Diritti, con l’auspicio di poterla integrare al più presto con una legge che dia pari diritti a tutte le cittadine e i cittadini superando ogni discriminazione.

CLICK QUI PER LA GUIDA NUOVI DIRITTI

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